Pensiamo che ciò che è riportato quì sotto sia la base del francescanesimo, diamo un'accurata lettura e studio.
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LA CONVERSIONE DI FRANCESCO E IL DIALOGO CON IL MONDO

 
 

RELAZIONE di fra PIETRO MARANESI (nella sezione PODCAST" puoi ascoltare le relazioni)

 

E’ oggi più che mai urgente interrogarsi sui presupposti da porre alla base di un possibile e vero dialogo tra gli uomini, divenuti tanto “prossimi” grazie ai mezzi di comunicazione ma anche tanto “distanti” nella loro visione del mondo, una distanza che sembrerebbe riproporre spesso soluzioni “violente” dove non esiste più il dialogo ma lo scontro. Francesco forse può aiutarci!
Esplicitamente Francesco non ha mai parlato di dialogo (interreligioso), eppure mi sembra che l’identità scoperta per rivelazione divina nella sua conversione costituisca un punto di riferimento essenziale per chiedergli quale sarebbe la sua posizione in proposito. Quell’evento iniziale ha costituito una collocazione particolare del giovane nel mondo, dandogli anche i criteri generali della relazione da istaurare con gli altri, in particolare con quelli diversi da lui e lontani dalla fede.

1. Un doppio racconto sulla conversione

In un recente volume ho voluto interrogare le fonti francescane per affrontare nuovamente la domanda storica sulle modalità ed essenzialità della conversione di Francesco (Facere misericordiam. La conversione di Francesco: confronto critico tra il Testamento e le prime biografie, Assisi, ed. Porziuncola, 2007, p. 310). I risultati dell’analisi dei due blocchi di testi che raccontano la conversione sembrano proporre una immagine di Francesco se non opposta, sicuramente diversa.
I testi biografici (La Leggenda dei tre compagni, Celano nella sua seconda vita, Bonaventura nella Leggenda maggiore e minore) sono fondamentalmente concordi nel porre l’esperienza mistica della croce di San Damiano a conclusione di un ampio processo di ricerca che trova in quell’evento la sua risposta. Tutti gli eventi che precedono, a partire dal doppio sogno (quello delle armi e l’altro, fatto a Foligno, nel quale fu rivolta al Santo la domanda se fosse meglio servire il servo o il padrone), non sono altro che una lenta e progressiva preparazione a questo avvenimento, in cui si realizza l’incontro di Francesco con il mistero di Dio. Per i biografi Francesco, dall’esperienza mistica avuta davanti alla croce, oltre ad essere profondamente e radicalmente trasformato nel contatto travolgente col mistero di Dio, riceve una missione precisa: “Francesco, va e ripara la mia Chiesa che come vedi va tutta in rovina”. Secondo Bonaventura, egli era diventato il “miles Christi” il cavaliere chiamato a difendere ed estendere il regno di Dio. In qualche modo, dunque, l’evento mistico della Croce realizza in Francesco, secondo i primi biografi, il sogno iniziale di diventare cavaliere, non più, però, per ottenere una gloria mondana ma a vantaggio della fede di Cristo e per la gloria della Chiesa.
Il racconto della conversione proposto da Francesco in apertura del suo Testamento non narra l’evento mistico e glorioso della Croce di San Damiano, ma qualcosa di molto diverso.

 

Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.

 

Sebbene il testo sia molto sintetico e senza indicazioni precise di quando e come sia avvenuto tale incontro con i lebbrosi, con una conseguente permanenza di servizio ad essi, è sufficientemente chiaro nell’evidenziare la sua sostanziale diversità con l’evento della croce. Nell’esperienza con i lebbrosi a Francesco è chiesto di scendere dalla città di Assisi verso la valle dei poveri, per incontrare Dio non nell’eccezionalità della mistica ma nella povertà della carne di quei reietti. E con essi Francesco fa misericordia: si pone a loro servizio mediante una condivisione reale e solidale della loro condizione, diventando di essi “fratello”. Inoltre l’esperienza vissuta tra i lebbrosi come dono di sé misericordioso, non conferisce a Francesco una missione speciale con un contenuto specifico riguardante l’intera Chiesa, ma solo un’indicazione risolutiva sulla sua identità di “fratello” e sulla sua collocazione “minore” all’interno della società. La sua conversione non lo pone al centro di una missione universale, ma ad una posizione periferica; non a diventare cavaliere ma fratello, non a difendere e ricostruire la Chiesa ma ad entrare nella marginalità dei poveri per rendere vero il vangelo della misericordia di un Dio che per amore si è fatto servo crocifisso.

2. La proposta cristiana di dialogo che nasce da “frate Francesco”

La scoperta della sua “identità cristiana”, identificata con quella di essere fratello e non cavaliere, si ripercuote ed è confermata nella concreta “proposta cristiana” che sembra emergere in diversi testi giuridici e normativi offerti da Francesco ai suoi frati per le scelte da assumere nel loro dialogo con il mondo. Tralasciando un’analisi accurata della testualità di Francesco, riduciamo il nostro interesse a due testi di grande suggestione circa la visione di Francesco sulla nostra questione del dialogo interreligioso. In essi, infatti, sono affrontate due problematiche tra loro diverse nel tema ma accomunate da una situazione di fondo: la strategia da assumere nei confronti di chi ha peccato e di chi non ha ancora la fede cattolica. Quale sarà l’atteggiamento del “frate minore” nel relazionarsi con questi due generi di “fratelli” lontani e difformi dalla retta fede cristiana? In ambedue i casi il Santo di Assisi non suggerisce mai una strategia da “cavaliere”, propria di colui, cioè, che deve preoccuparsi innanzitutto del “regno” a vantaggio del quale combatte, assicurando la sua integrità e il suo prestigio, ma sempre quella del “fratello minore” che insieme a ricercare e far emergere la verità deve porsi attentamente in ascolto-dialogo del il fratello che gli è dinnanzi.

3. In dialogo con i peccatori

La prima situazione è affrontata nella famosa lettera inviata da Francesco ad un ministro anonimo per aiutarlo a risolvere i gravi problemi che questo aveva con i frati peccatori. La prima preoccupazione di Francesco è fissare l’obbiettivo principale a cui è chiamato il ministro: egli non deve risolvere tutti i problemi della fraternità, togliendo di mezzo con forza e risolutezza i peccati (peccatori) che sporcano la purezza della vita religiosa in convento e, forse, infangano la buona fama degli altri frati, ma è chiamato innanzitutto ad “amare” questi fratelli senza “aspettarti da loro altro se non ciò che il Signore ti darà. E in questo amali e non pretendere che siano cristiani migliori”. Il punto di riferimento di Francesco non è, dunque, salvare e difendere l’“istituzione” ma il “fratello peccatore”, al quale il ministro si deve in qualche modo “sottomettere” mediante un amore gratuito senza pretendere nulla, neanche, paradossalmente, che “diventi migliore cristiano”. Per aiutare poi il ministro a capire come attuare questo mandato, il Santo propone una tecnica precisa:

 

E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza la tua misericordia, se egli chiede la misericordia; e se non chiedesse la misericordia, chiedi tu a lui se vuole la misericordia.

 

Il processo dialogico tra i due fratelli, fondato da Francesco sulla parola magica e risolutiva della sua personale esperienza fatta con i lebbrosi, cioè sulla misericordia, può essere verificato, nel suo effettivo compimento, mediante un preciso criterio di misura. Poco avanti, infatti, il Santo suggerisce al ministro di lasciarsi guidare da un regola d’oro spesso impiegata e raccomandata da Francesco nei suoi scritti:

Lo stesso custode provveda misericordiosamente a lui (al peccatore), come vorrebbe si provvedesse a lui medesimo, se si trovasse in un caso simile.

Il dialogo sarà dunque veramente possibile e compiuto se il ministro avrà la capacità di “ascoltare” la situazione del frate peccatore, e questo si effettuerà soltanto mediante un processo di sostituzione esistenziale, quello che pone il ministro al posto del peccatore e che lo mette in grado, da lì, di ascoltare e capire la sua situazione di peccato. In ultima analisi l’ascolto misericordioso che dovrà effettuare il ministro per realizzare un vero dialogo implica un processo di sudditanza, un mettersi al posto dell’altro assumendone la condizione. Solo così potrà entrare in dialogo con il fratello che ha peccato perché ne capirà il linguaggio e riuscirà veramente a prendersi cura di lui con misericordia, cioè riuscirà ad “attrarlo a Dio”.

4. In dialogo con l’infedele

Un altro testo di grande interesse per cogliere quale sia l’agire del “fratello minore” in rapporto/dialogo con coloro che si oppongono a lui, lo troviamo nel capitolo XVI della Rnb, dove sono stabilite le norme direttive per “coloro che vanno tra i saraceni e gli altri infedeli”. La strategia proposta da Francesco in quel famoso e importantissimo testo fa riferimento nuovamente al principio della sudditanza quale posizione adeguata per instaurare un vero dialogo con gli altri. Nel capitolo, dopo aver dedicato i primi quattro versetti a questioni di tipo burocratico, per stabilire quali siano i criteri nell’invio dei fratelli “tra i saraceni”, Francesco si sofferma ampiamente a chiarire la modalità specifica della presenza dei frati minori tra gli infedeli, fissando due tappe progressive, dove la seconda presuppone la precedente. Il primo modo è quello di essere semplicemente frati minori, cioè di vivere tra quella gente in un atteggiamento di sudditanza e umiltà:

 

I frati poi che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani.

 

La prima “strategia missionaria” suggerita da Francesco è quella di non avere una strategia, ma di seguitare con il medesimo stile di vita e di presenza “tra la gente” assunto tra i cristiani, in particolare tra i più poveri: di essere soggetti a tutti. Il mischiarsi tra gli infedeli, condividendo anche lì la situazione dei poveri e dei senza diritto, sarà la loro vera attività missionaria in quanto annunciano e dimostrano in questa maniera di fare tutto “per amore di Dio”, confessando di conseguenza “di essere cristiani”.
La seconda strategia suggerita da Francesco è quella dell’annuncio esplicito della fede cristiana: “annuncino la parola di Dio perché essi credono in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo”. Tale proclama missionario, però, nota il Santo, dovrà essere fatto non subito e non sempre; infatti, contrariamente alla prima strategia, essi potranno predicare la parola di Dio “quando vedranno che piace al Signore”: dunque dovranno vagliare volta per volta l’opportunità di passare dal nascondimento di sudditanza e di condivisione con gli altri infedeli, all’annuncio esplicito delle verità cristiane. E una tale possibilità sarà data proprio dall’atteggiamento fondamentale di missionari, fatto di mansuetudine e umiltà fraterna, con il quale, usando le parole di Francesco rivolte al ministro anonimo, i frati potranno “attrarre al Signore” gli infedeli annunciando ad essi, in un momento successivo, i motivi di fede sottostanti al loro agire minoritico.
Dalla stretta relazione posta da Francesco tra le due tappe missionarie mi sembra che sorga un’interessante conclusione sulla questione del dialogo interreligioso. E’ possibile, infatti affermare che la seconda tappa missionaria, quella dell’annuncio esplicito, non sia altro che il frutto maturo di un “dialogo richiesto” dagli infedeli stessi, “sedotti” e attratti dalla scelta di “sudditanza” e “minorità” di quegli uomini. Il “frate minore” che va tra gli infedeli non è un uomo incerto sulla sua fede o mosso da una forma di relativismo e, dunque, sottomesso per insicurezza a ciò e a chi ad essa si contrappone. Egli, pur vivendo la certezza di una verità, cioè di essere cristiano, non si rapporta agli altri mediante criteri di potere e dunque di scontro, ma affiancandosi alla diversità fino a sottomettersi ad essa. Da questo atteggiamento, secondo Francesco, sgorgherà di conseguenza il dialogo, perché esso sarà in qualche modo “richiesto” dagli infedeli stessi i quali, alla fine, mossi da stupore, domanderanno: perché vivete così? La “via missionaria” del “frate minore” per costituzione, dunque, non potrà mai essere, secondo questo testo di Francesco, quella del confronto-scontro tra la potenza della verità cristiana e la menzogna degli infedeli, una disputa che mira a soggiogare gli altri con la forza della parola o delle armi, ma quella del dialogo che nasce dalla sudditanza dei frati, mediante un ingresso misericordioso nel mondo degli infedeli senza reclamare alcun potere, nemmeno quello della verità. Un cavaliere della fede cristiana, un “miles Christi” non potrà, invece, mai dialogare con i suoi nemici: forse avrà pazienza con loro, tenterà delle strategie di convincimento, ma in ultima analisi egli sarà sempre contro di essi fino a quando non si sottometteranno alla fede. Il “fratello minore” invece sceglie di sottomettersi mediante un rapporto fatto di “misericordia” e di condivisione, senza pretendere nulla, ma donando la sua persona. Bandendo ogni forma di potere e violenza, egli eserciterà così la “forza della seduzione” che solo fa entrare nel dialogo e attrae al Signore.

5. Conclusione: il cuore del dialogo di Francesco

Tuttavia credo che la posizione definitiva e risolutiva di Francesco nel dialogo con gli altri sia espressa in forma conclusiva nel bellissimo e “tragico” racconto della perfetta letizia. La vera realizzazione degli obbiettivi che muovono il cuore e la mente di Francesco per giungere alla perfetta letizia non è collocata nella conversione di tutti gli infedeli. Questa possibile notizia, insieme alle altre che gli annunciano i tanti successi del suo Ordine a vantaggio di tutta la Chiesa, non costituisce il vero e definitivo motivo di gioia per Francesco. In tutto ciò, infatti, vi era il rischio di “conquistare” il mondo perdendo, però, la propria anima: vi era il pericolo, cioè, di diventare di nuovo “cavaliere” smettendo di essere “frate minore. “Scrivi Frate Leone”: la vera letizia inizia nell’ascolto del rifiuto da parte dei miei frati che non vorranno più ricevermi quando arriverò alla Porziuncola, e si compie nella sottomissione paziente a questo fallimento, perché in tutto ciò sarò aiutato-obbligato a difendere e salvare la mia anima, cioè la mia identità di “frate minore”:

 

Io ti dico, se avrò avuto pazienza e non mi sarò inquietato, in questo è vera letizia e vera virtù e la salvezza dell’anima.

 

La perfetta letizia, per Francesco, non è collocata nel trionfo della verità che sconfigge ogni male e ogni falsa religione, ma nella salvezza della propria anima che ascolta, dialoga e si sottomette anche alla non verità e all’ingiustizia quale prova risolutiva del suo essere “frate minore”. Nel dialogo non si tratta di difendere e affermare innanzitutto la verità, ma di difendere la propria anima da ogni rischio di potere e violenza per mantenerla sottomessa all’obbedienza dello Spirito e dei fratelli. E’ questo il vero e più difficile dialogo, quello da instaurare con se stessi per restare un “frate minore”, e la fedeltà a questa collocazione nel mondo potranno, poi, quando Dio lo vorrà, cambiare il mondo.
In ultima analisi, dunque, la sottomissione misericordiosa dell’ascolto non è mossa dalla preoccupazione di trasformare gli altri, non è cioè un astuto espediente per esercitare il potere giocando la carta della (falsa) umiltà così da poter attirare nella rete della verità. L’ascolto obbediente della misericordia ha come principale obbiettivo quello di mantenere fedele il “frate minore” alla propria identità, smascherando ogni tentazione di potere che può cogliere il suo cuore, e obbligandolo, nel contempo, a ricollocare sempre la propria persona nella logica del Vangelo. Francesco, nell’ascolto dialogico del il mondo intero, non mira a trovare innanzitutto le vie per “convertire” il mondo, ma per vivere e realizzare la vera e unica missione a cui egli è chiamato: liberare il suo cuore dal desiderio di potere per sottometterlo alla misericordia. Il dialogo di Francesco non è lo strumento per cambiare innanzitutto gli altri ma se stesso, cioè per potersi nuovamente convertire, ridiventando così ogni volta un vero “fratello minore”.